Le ragioni sottese alla pagina "Diritto e Cultura"

Ho riflettuto: dopo l'epistolario, i commenti unitari e la storia dell'uomo, pagine incentrate sull'essere umano, uno sviluppo ulteriore, in vista della creazione e del mantenimento di una collettività sociale , è segnato dal diritto, inteso quale complesso di regole , tese a disciplinare la convivenza comune .

Questa sezione intende divulgare la cultura giuridica, nei limiti delle mie capacità, forse inadeguate.

E' un tentativo; apprezzate comunque l'intento.

Si tratta di una vera e propria cultura. Il suo insegnamento dev'essere diffuso all'interno del contesto sociale . La stessa si rispecchia nelle regole preposte alla tutela dei beni primari.

A mio avviso, per un'impostazione corretta del vivere comune, è essenziale trattare di questi profili.

Il mezzo informatico può coadiuvare l'insegnamento che molti miei colleghi volentorosi hanno già intrapreso nelle scuole.

Ritengo , peraltro , che si tratti di profili , d'interesse anche di un pubblico adulto. 

Contributi Esterni

Ogni contributo di per sè è foriero di sviluppo dell'idea e del ragionamento che si vuole portare al pubblico.

Cionondimeno io ho dei doveri da osservare molto attentamente, per cui non approverò nessun commento relativo a vicende specifiche .

Per di più, in questo settore o piccolo spazio di comunicazione, non riveste interesse valutare la deviazione o la stortura , che il sistema complessivo, presenta , in casi specifici, di norma contraddistinti da forti tensioni , ricollegabili a vicende umane e ad interessi specifici.

 Nella pagina si cercherà il livello teorico e pratico dell'insegnamento e della pratica del diritto.

Vi è un intento comunicativo , di natura educativa, che potrà essere reciproco, a condizione di apporti, con commenti orientati , secondo gli scopi prefissati.  

La cultura delle regole

Il diritto nasce da un sentire comune , risalente all'antichità, della necessità di una regola, che disciplini le relazioni umane . E' questa la vera origine della "regola" alla quale si  adeguano i componenti di uno specifico contesto sociale. Questa origine spiega le differenze tra una società e l'altra , fatte salve talune regole, fondamentali per il vivere comune e indispensabili , presenti ovunque. Si spiega in tal modo la necessità di un adeguamento spontaneo alla regola. Quest'ultima nasce, perchè voluta dalla popolazione. Questo vale, nel corso della storia, anche per le modifiche successive alla creazione della regola. L'imposizione   costituisce un passaggio successivo .Allo stato, senza la previsione di una sanzione, si rischierebbe l'inattuazione della regola. Perchè allo stato ? perchè nulla impedisce di immaginare una situazione astratta , in cui tutti i componenti della collettività sociale si adeguano spontaneamente , senza necessità di previsioni di natura coercitiva. In tal modo sarebbe raggiunto il massimo livello di civiltà.

Come definire la cultura ?

Mi viene in mente un solo esempio. Talvolta ho avuto a che fare con persone molto semplici , non dotte, ma provviste di un altissimo grado di cultura civica. Mi hanno espresso, in varie occasioni della vita, la volontà ferma di raggiungere un determinato risultato, sotto la guida di persone esperte nel campo, facendo tutto come si "deve ", secondo legge. Non ho ricordi precisi , ma certamente un'immagine ritorna in mente. Quella di un uomo anziano, di mezza età, con un cappello in mano, che chiede un'indicazione e una strada sicura . Esprime una volontà ferrea e un'onestà pura , totale. Vuole sentirsi a posto , sicuro di avere il giusto e di non togliere a nessuno nulla. 

Questo è il punto di partenza : la coscienza che il proprio diritto confina con il diritto altrui e non può superare la linea di confine, perchè in caso contrario si lede l'altro.

Sono concetti di filosofia del diritto che l'uomo anziano conosceva in modo innato senza insegnamenti , se non quelli della famiglia d'origine.

L'onestà, l'etica e il diritto

L'onestà non è totalitaria e unica. L'onestà interessata è un contro senso. E' diffuso un sentire comune , commisurato alle conseguenze di eventuali illeciti o azioni non corrette eticamente. Fortunatamente questa concezione comune crea delle spinte inibitorie . L'onestà è qualcosa di profondamente diverso: coincide con l'interiorità stessa del soggetto. Costui non potrebbe fare diversamente : un'azione contraria ai dettami della sua coscienza lo ripugna. Nasce così un'osservanza spontanea delle regole, sia di quelle dettate dall'etica comune  sia di quelle dettate dalla legge. Le due sfere non necessariamente coincidono, posto che una serie di disposizioni sono strumentali a finalità di disciplina della convivenza comune, non direttamente ricollegabili all'etica, bensì a scelte concrete del legislatore nei vari settori. Quanto più la regola, imposta dal diritto degli uomini, viene assimilata dai vari soggetti , componenti il contesto sociale, tanto più la stessa penetra nella  coscienza individuale. Entra a far parte del nostro humus culturale : si crea una coscienza civica che riflette un'immanenza e ineluttabilità di quella determinata regola, a livello paritario o a livello assimilabile, ancorchè minoritario, rispetto alla regola, direttamente discendente dall'etica.

  

  

L'onestà ammette deviazioni ?

L'onestà non ammette deviazioni . Il concetto stesso, che si tenta di approfondire, porta ad una conclusione negativa. Questo, peraltro, non esclude che il raggiungimento di livelli di purezza ( di questo stiamo trattando ) dell'onestà sia alla portata proprio di coloro che dapprima hanno sbagliato e che, a seguito di ciò, hanno raggiunto un ravvedimento profondo e totalitario. La dottrina cristiana richiama , quale profondo insegnamento, la vita di San Paolo. Talvolta scendere i gradini di un percorso negativo serve per una propulsione verso l'alto, come il risultato di un atto liberatorio e definitivo dell'animo umano. Certamente chi usa come proprio parametro lo sdegno o un criterio, aduso tra i ceti sociali,  rimane lontano da tutto questo. Sono fatti salvi gli inserimenti in contesti , privi di autenticità, confermativi di rispettabilità solo esteriori.

 

L'obbedienza ai dettami della legge

E' un effetto imprescindibile per la permanenza in vita della comunità sociale. L'adeguamento dell'onesto è spontaneo : nei suoi confronti non vi è bisogno di coercizione. Si adegua alla regola , per la sua stessa coscienza etica e civica. L'obbedienza , sia pure indirettamente coercitata, comporta due profili , l'uno legato all'osservanza, ossia ad un'azione di segno positivo, l'altro legato ad un'astensione, ossia ad un'omissione, a un "non fare" . Da un lato, mi adopero e, dall'altro , mi astengo.

In sostanza, è così richiamato il concetto di dovere , una nozione più ampia, includente anche i profili morali ed etici, rispetto al concetto di obbligo giuridico.

 

La derivazione dell'obbligo

L'obbligo deriva direttamente dalla legge o da una convenzione che nasce nell'alveo della legge. L'astensione , il "non facere", spontaneamente realizzati dal soggetto onesto, altro non sono che l'altra faccia della medaglia di un divieto. L'obbligo di astenersi da un'azione è la naturale conseguenza. Molto semplicemente e in linea generale i divieti coincidono con esigenze essenzialissime ( se si può dire così ) , sottese ai precetti penali e alle disposizioni di ordine pubblico. Che si tratti dei basamenti fondamentali di qualsivolgia convivenza civile è evidente a tutti. Eppure , nella pratica, non è così. Vi sono vari livelli e generi di criminalità . Nessuno e nessuna  forma di illecito sono  giustificati. Certo è che ai livelli superiori, di maggiore cultura, il degrado nell'illecito desta maggiore stupore. Limitiamoci a questo , senza aggiungere altro. Gli strati sociali più evoluti dovrebbero rendersi modello di vita, ma questo ovviamente non giustifica le reazioni illecite e rabbiose dei ceti più bassi.

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Scandagliare l'animo umano

Le motivazioni delle spinte all'illecito sono infinite, plurime e affondano tutte la loro radice nel profondo dell'animo. Talvolta si tratta di qualcosa che trascende l'individuo . Presumo trattarsi di un legame profondo, insito in più soggetti, stretti da vincoli familiari , coincidente con una sorta di rancore o meglio odio per la vita civile e la legalità. Presumo trattarsi, in fondo, del mancato riconoscimento dello Stato. A torto o a ragione , in presenza o in assenza di interventi a tutela delle nostre eisgenze , lo Stato va riconosciuto da tutti. Coincide con noi e i nostri figli. Non ci si deve porre al di fuori dello Stato. La rabbia e il rancore non servono. Occorre lottare, per il riconoscimento dei diritti, dentro la comunità statale. Al di fuori nascono le aggregazioni criminose , che trovano il loro humus proprio nell'uscita del singolo individuo, sotterranea o palese, rispetto al sistema. Carpire il consenso non è poi così complicato, se si distribuisce parte di proventi illeciti tra la popolazione di uno specifico territorio, provvedendosi così a  suoi bisogni, in via di supplenza. Questo è il primo insegnamento da dare alla prole: se si cade in quel cerchio non se ne esce e si è destinati per sempre ad essere soggetti. 

Ma non basta

L'illecito e la disobbedienza civile, anche nelle forme più semplici e apparentemente innocue, trovano la loro radice in migliaia di risvolti, da individuarsi nelle caratteristiche individuali degli autori e nelle connotazioni specifiche delle situazioni in cui essi operano. Gli interventi statali diretti hanno giustificazione nelle funzioni repressiva e rieducatrice della pena. Accanto sono essenziali interventi sociali. L'uomo è un essere altamente imperfetto. Su questa conclusione ritengo che poche perplessità possano essere formulate.

La cultura giuridica va favorita e sviluppata

Innanzitutto con i modelli di comportamento, oltre che con la diffusione capillare e l'insegnamento. Ca va sans dire, é ovvio : i rappresentanti dello Stato e degli enti pubblici , qualunque sia la funzione che esercitano, devono essere irreprensibili e ineccepibili.

Il riscontro negativo è doloroso e richiama rimedi urgenti, ma non consente la fuoriuscita dal sistema, mediante agevoli giustificazioni, nella sostanza tese a dare un manto di perbenismo ad ulteriori deviazioni comportamentali.

 

 

La mentalità del favoritismo

È una mentalità non solo mediterranea. La richiesta del favoritismo e l'accesso alla stessa possono non essere avvertite come disvalore, il che è grave. L'illecito sbiadisce, rimane assorbito dal costume e da una cattiva abitudine. Occorre il sentore del torto che si fa agli altri. Nello stesso tempo questa mentalità sottintende una sostanziale 'servitù ' al potente, non accettabile per qualunque persona libera e dignitosa. Questa è la prima regola da osservarsi da ciascun rappresentante pubblico.

L'aspettativa e il diritto soggettivo

 

Costituiscono categorie che controbilanciano la nozione di obbligo giuridico. L'aspettativa è una posizione affievolita, che non ha alcun riconoscimento nell'ordinamento giuridico, salvo, in taluni casi, sotto forma indiretta risarcitoria. L'aspettativa rende bene l'idea. Aspettativa a cosa ? ad un bene o comunque ad una ricchezza, in ipotesi anche non materiale. Si pensi, a titolo di esempio, ad un'aspettativa, educativa o religiosa. L'aspettativa , riconosciuta dall'ordinamento, riceve protezione giuridica ed assume la qualifica di diritto soggettivo. Si tratta di una posizione soggettiva, suscettibile di ripristino, se lesa, davanti alle autorità giudiziarie compententi. Il diritto soggettivo, di natura pubblicistica o privatistica, ha un'estrema importanza , per tutto il contesto sociale, non solo per il singolo individuo, portatore di quella specifica posizione. La lesione di un diritto soggettivo indirettamente costituisce  una lesione anche del sistema giuridico complessivo, incapace di dare attuazione all'aspettativa , assunta a dignità di diritto, riconosciuto ai singoli cittadini.

 

La tutela dei diritti soggettivi

Va affermata con forza e determinazione, a qualunque categoria appartengano le singole posizioni soggettive. Un sistema , all'interno del quale si attua, nella concretezza e nella realtà quotidiana, la tutela dei diritti soggettivi, riconducibile a ciascuno dei componenti della collettività sociale, è l'unico sistema vincente, prospettabile su un piano teorico. Un sistema, all'interno del quale i diritti, pur affermati, restano inattuati, è destinato a perire progressivamente . L'attuazione di un diritto dà fiducia e determina l'insorgenza di altre situazioni, oggetto di protezione ad opera dell'ordinamento giuridico. La fatica iniziale e il peso sostenuti da chi esercita l'azione sono ripagati da questi effetti indiretti. Solo in tal modo si ripristinano il diritto e con esso la legalità. Spicca la figura del difensore, al quale è opportuno ricorrere nel momento stesso in cui si procede ad una stipula o si creano i presupposti per l'operatività di un istituto giuridico. E' bene dare subito avvio ad una situazione corretta, evitandosi a monte future liti. Questa concezione va diffusa e coincide con la prospettazione di una correttezza e di una conformità giuridica  a priori, evitandosi nel modo più assoluto inutili, defatiganti e umilianti 'furbizie' , tramite il ricorso all'uso di strumenti giuridici, che affollano il servizio della giustizia, per lo più tese a spostare in avanti i tempi dell'adempimento dell'obbligo, pendente a carico del singolo soggetto.   

La casa del diritto

La casa del diritto è l'ordinamento nel suo complesso. È un'entità immateriale, che rappresenta un bene prezioso. Costituisce un collante del vuvere sociale. Occorre riconoscere questa funzione e custodirla con cura. Come ? Esercitando i diritti e adempiendo i doveri, su ciascuno incombenti.  Solo attraverso questi due poli si mantiene in vita il sistema. Prime fra tutti devono essere riconosciute le situazioni, riconducibili al diritto pubblico e , per la precisione, alla qualifica di cittadino.

Sistemi in crisi

E' diffusa l'opinione secondo cui le democrazie occidentali sono in crisi. Lo sarebbe la rappresentatività effettiva e sostanziale ( non puramente formale ) , a fronte del processo, a livello mondiale, di globalizzazione e di riduzione inevitabile dell'autonomia individuale . Si tratterebbe della prevalenza dei c.d. poteri forti, di natura politica e finanziaria. Certamente è dovere di ogni cittadino difendere il nostro sistema costituzionale. Come ? con l'esercizio dei diritti , primo fra tutti il diritto al voto. Il diritto al voto in occasione delle competizioni elettorali pubbliche va difeso nella sua integrità. Svendere il voto in cambio di favori personali equivale ad annientare la nostra democrazia . Che valore avrà quel voto? nessuno...costituirà un mezzo per portare al potere chi al potere non dovrebbe andare, sol perchè si avvale di pressioni indebite. Non solo va esercitato il diritto al voto....occorre partecipare alla vita di quartiere e alla vita cittadina. Si creeranno benefici reciproci fra i cittadini e la politica stessa, locale e centrale. Si tratta in sostanza di partecipare alla vita pubblica, in modo diretto, tramite tutti i sistemi giuridici possibili, previsti dalla nostra regolamentazione. Va fatto sempre nell'alveo della legalità e nell'esercizio legittimo dei propri diritti. Senza eccessi e senza abusi. L'abuso trasforma il diritto stesso e lo riduce a mezzo indebito e antigiuridico. 

La politica e il diritto

La politica e il diritto devono avere fra loro un rapporto corretto. La politica incide nel momento in cui il parlamento legifera . Precisamente si tratterà di volta in volta di scelte di politica legislativa. Gli operatori del diritto, magistrati, avvocati e professori universitari, potranno, se interpellati, dare un contributo tecnico, in previsione delle scelte che il leglisaletore opererà. Il Consiglio Superiore della Magistratura, quale organo a rilevanza costituzionale, a mio avviso, legittimamente opera anche un'attività consultiva. La politica si deve fermare su questo piano. Non ci devono essere dipendenze. La pratica del diritto dev'essere libera, svincolata da forze sotterranee e da inquinamenti. La terzietà del giudice dev'essere congiunta all'esercizio di una libera avvocatura, intesa come caposaldo della difesa dei diritti soggettivi dei cittadini, e da un libero insegnamento dottrinario, propedeutico per la regolamentazione dei nuovi rapporti tratti dalla realtà quotidiana. Sono condizioni indispensabili per il progresso e il mantenimento dell'ordinamento giuridico, inteso anche come complesso di situazioni e pratica del diritto.

Il diritto vivente

Siamo giunti alla definizione del diritto vivente . Si tratta del complesso dei rapporti giuridici, che sorgono nella pratica quotidiana e che trovano regolamentazione specifica nell'ambito dell'ordinamento giuridico. Il diritto vivente nasce dall'interpretazione giurisprudenziale , che a sua volta è il frutto dell'insegnamento dottrinario, quale impostazione di fondo, delle prospettazioni dell'avvocatura, quali tesi difensive di volta in volta prospettate a difesa degli interessi della clientela, e delle scelte che il giudice opererà nei singoli casi. E' inevitabile che queste scelte si pongano all'interno di uno specifico contesto sociale , ma ,secondo il sistema costituzionale, dev'essere garantita l'autonomia e la terzietà dell'intervento giudiziario, che a sua volta deve alimentarsi dell'autonomia e della libertà d'esercizio di tutte le professioni giuridiche , sopra delineate.

Complementarietà delle funzioni e indivisibilità del sistema

La complementarità delle funzioni , legislativa, amministrativa e giudiziaria, determina l'unitarietà e l'indivisiilità del sistema, costituito da un assetto di regole desunto dalla carta costituzionale. Il potere politico, di volta in volta attribuito a determinate aggregazioni partitiche, tramite l'esercizio del voto da parte dei cittadini, si esprime nella potestà legislativa . Il potere giudiziario non è espressione di una scelta politica, bensì di un'applicazione di regole e principi generali, rispetto a fatti umani concreti, soggetta a impugnazione e quindi necessariamente supportata da motivazione, suscettibile di verifica in altri gradi di giudizio. L'inserimento in magistratura, tramite concorso e non a seguito di scelta elettiva, costituisce garanzia di tali principi. La separatezza dei poteri e delle fuzioni costituisce una garanzia estrema della tenuta del sistema . Chi deduce l'unitarietà e l'indivisibilità del potere politico, assorbendo in esso ogni manifestazione, derivante dall'esercizio delle altre funzioni, a mio avviso, erra profondamente . Il giudice, che supplisce al legislatore , mediante inevitabili scelte politiche , dev'essere supportato da un legislatore chiaro, preciso e analitico, a sua volta coadiuvato da un'altissima tecnica giuridica. I vuoti normativi solo così si possono ridurre , dettando limiti precisi all'operatore giudiziario.  

Altre ragioni di difesa dell'attuale sistema

A mio avviso occorre 'diffidare', nel senso migliore del termine, da teorizzazioni, di fatto tendenti a minare la fiducia dei cittadini e a scardinare il sistema attuale, per la prevalenza futura di sistemi ibridi, a loro volta specchio di commistioni e soggezioni del potere giudiziario alla politica. Le teorie , certamente da condividere, che fondano il loro centro sull'autogoverno legittimo popolare, non si smorzano con il riscontro di un' indebita sottrazione al controllo del popolo del potere giudiziario. Il potere giudiziario non è il potere di pochi , che a loro volta si proteggono, costituendo una casta. Proprio le teorie, contrarie alla separatezza dei poteri e all'autonomia del potere giudiziario, di fatto consacrano tale concezione deviante, riducendo tutte le funzioni a rivalità politiche. Il potere giudiziario è diffuso fra i suoi organi e unitario, il che è di ostacolo a processi tipici delle fazioni politiche. I rappresentanti del potere giudiziario , esercitato come potere derivante dal popolo sovrano, sono soggetti essi stessi a questo controllo, a sua volta suscettibile di sollecitazione, con i mezzi previsti dalla legge. Non é un'affermazione solo teorica, in quanto supportata da cronache giudiziarie. 

Come si difende la cultura del diritto ?

Con il coraggio. Primi fra tutti , gli operatori del diritto , nell'esercizio della loro attività, non devono nutrire timori di alcun genere. La forza del potere si avverte, ma la coscienza conta di più.  Uniformità e conformismo,rispetto alle spinte interne ed esterne, uccidono il diritto e la cultura giuridica. Obiettivi da seguire : non solo quelli di vita,avvertiti nel quotidiano,  ma  soprattutto l'agire, secondo i principi  di correttezza e i valori, che sovrintendono l'attività del singolo operatore e della singola categoria professionale.  È giusto che i cittadini conoscano le difficoltà , che  tutti gli operatori del diritto incontrano lungo il loro percorso, e le scelte, anche difficili e dolorose, che ciascuno di loro compie, nella sua vita professionale. È corretto non fermarsi agli slogan o a notizie tendenziose. È auspicabile che ciascuno non generalizzi e si formi un'opinione, sulla base di una pluralità di esperienze, proprie e altrui. È corretto supportare le istituzioni, secondo il loro schema originario e concettuale, senza scadere in una visione negativa, totalitaria, inutile e pregiudizievole.

La trasmigrazione dei fenomeni aggregativi deteriori

La cultura del diritto è profondamente minata da tale fenomeno. Se, nell'ambito delle categorie professionali , prende piede la forza aggregativa , nel senso deteriore del termine, é inevitabile l'assimilazione a modelli comportamentali errati e pregiudizievoli socialmente. Anziché il rispetto, s'insinuera' la paura. Anziché il predominio di una totale libertà  di idee,  si otterrà una sostanziale generale soggezione. Tanto più gravi saranno gli effetti, in caso di coincidenza di siffatti modelli con le categorie degli operatori del diritto. Essi stessi rappresenteranno esempi antigiuridici.

La soggettivita' dell'interpretazione affidata al giudice

È inevitabile. Basti pensare alla distanza , tra la previsione normativa, per sua natura astratta, e la singola occasione fattuale, da disciplinare giuridicamente, affidata alla cognizione dell'autorità giudiziaria. La legge non risolve tutto , all'evidenza: é corretto restituire una valenza scientifica, la più alta possibile,  alla norma stessa. Poi  tutto resta affidato all'esegesi degli interpreti, costituiti dalla dottrina, avvocatura  e autorita' giudiziaria. Hanno tutti un ruolo di indirizzo, comprese le Sezioni Unite, che danno un indirizzo giurisprudenziale generale. Queste connotazioni non sottraggono una fetta di potere al popolo sovrano. La legge e i giudici ne sono strumenti. Dare all'ufficio del giudice un' eleggibilità diretta sarebbe pregiudizievole: si tratterebbe un giudice di parte, condizionato dall'elettorato. Questa sarebbe la caratteristica principale : la soggezione alle aggregazioni politiche, non certo nell'interesse generale popolare. Quanto poi alle costruzioni teoriche, si osservi, da un lato, che il limite della norma rappresenta, sia pure soggetta all'evoluzione dell'esegesi, una sponda obiettiva indubbia, suscettibile di sollecitazioni e prospettazioni critiche, e, dall'altro, che la politica, in forma diretta, tramite i componenti laici del CSM, entra nella sfera giudiziaria, in modo incisivo, secondo l'intento  espresso nella carta costituzionale.

Diritto: senso di giustizia, buon senso, tecnica e onestà intellettuale

Ogni operatore del diritto deve avere questo bagaglio, che riconduce tutto all'unità della persona e al suo sentire. Usare la tecnica indifferentemente per una soluzione o l'altra rappresenta il tradimento più profondo.

La via dritta del diritto

La cultura del diritto richiama una predisposizione mentale, in parte innata e in parte coltivata negli ambienti formativi , tipici di ogni percorso di vita. Figurativamente si va dritto , con l'affermazione dei diritti e dei doveri. I sentieri indiretti e la mentalità,  tipica di una certa politica, che si plasma sui potenti di turno , devono rimanere sconosciuti all'operatore del diritto. Non solo al magistrato devono essere attribuite queste caratteristiche; l'indipendenza dell'avvocatura e della dottrima sono essenziali per lo sviluppo del diritto stesso. L'ingresso di questo tipo di mentalità nel mondo del diritto è altamente inquinante. Non vi sarebbero  più operatori del diritto, ma persone assoggettate che usano lo strumento giuridico per finalità transitorie e contingenti.

Contributi alla creazione del diritto

I contributi  sono necessariamente di varia natura : giurisprudenziale e dottrinario. Nel contributo  giurisprudenziale va individuato l'apporto dell'avvocatura quale soggetto del processo. La tesi difensiva,  sia che sia accolta sia che sia smentita, si riflette indirettamente nella decisione finale, che ne deve comunque tener conto. In questo ambito i rapporti tra le varie categorie professionali sono essenziali e determinanti, in quanto implicanti arricchimenti reciproci. In quest' ottica non é un bene frapporre distanze, talvolta, peraltro,  solo formali. Ad avviso della sottoscritta sono auspicabili relazioni, cordiali e collaborative, improntate a reciproca  considerazione e rispetto, che tengano conto nel contempo della distinzione dei ruoli, in un contesto di assoluta e granitica trasparenza. Sono da evitare invece  commistioni sociali ,incentrate su frequentazioni comuni di centri  di potere. La ragione è evidente: la decisione della singola controversia non dev'essere incisa dall'individuazione nominativa del singolo operatore del diritto. Nel processo il giudice e il difensore perdono in un certo senso la loro individualità.  La tesi difensiva e, in un momento successivo,  la decisione valgono per se stesse, obiettivamente  , con un distacco rispetto ai singoli soggetti del processo. La giurisprudenza assume questo valore oggettivo, rintracciabile nella valenza del precedente, assimilabile ad una regola non scritta. Lo stesso contributo dottrinario esterno assume significato pregnante se s'identifica in un orientamento ben definito,  scisso dai singoli autori. In quest' ottica la scelta del difensore, ad avviso della sottoscritta, deve incentrarsi esclusivamente sulle  sue capacità giuridiche e soggettive; il giudice ,leggendo le carte del processo, deve astrarre dai nominativi , che non interessano. A livello inconscio capita sovente che la lettura della sentenza del precedente grado di giudizio e del singolo atto processuale rimangano impressi solo ed esclusivamente per la loro portata  giuridica. L'individualizzazione si perde: l'atto processuale é identificato sulla base della tesi giuridica di cui è espressione. Ottimo segno di un lavoro proficuo e corretto.

Il diritto s'immedesima con gli operatori

Forse é un'affermazione forte. Si vuole solo richiamare la grande responsabilita' che ciascun operatore ha esercitando il proprio ruolo. Il suo operato va oltre i confini della sua sfera personale;  tocca inevitabilmente la sfera altrui e di questo occorre avere una costante consapevolezza. In quest' ottica vedere il diritto come un trampolino di lancio o, quanto meno, congiunto a proprie finalità , strettamente personali, diventa fortemente deviante, se le prospettive individuali assumono prevalenza rispetto a tutto il resto. È  addirittura rovinoso. Quanto succede attorno noi dev'essere assorbito e non ci deve influenzare, fatta salva una profonda riflessione sulla via da seguire,  quale direttrice principale del nostro comportamento . Di continuo occorre chiedersi se siamo nel giusto,  rispetto alle regole della convivenza e ai dettami della coscienza. L'apparenza e le reazioni altrui, difformi rispetto a queste direttive, non devono minimamente sfiorare l'operatore autentico, consapevole dei propri doveri e anche dei propri diritti.

 

Il diritto è distante dal potere

Sembra un'affermazione erronea. Le forze che esercitano il potere politico varano nuove norme. Esaurita questa fase, il diritto si sviluppa autonomamente come un complesso di regole scritte e non scritte, che regolano le relazioni giuridiche, intercorrenti tra i cittadini. Il potere restringe, si chiude in se stesso, si difende ; il diritto spazia, si accresce di casi e di nuove regolamentazioni , create dalla giurisprudenza. Sono entità distinte e lontane. Questa é a mio avviso una corretta impostazione concettuale. Le forze contrapposte, con inevitabili tensioni, dovrebbero fermarsi al momento della legiferazione. Una volta emessa la regola, la sua applicazione dovrebbe essere scissa da quelle contrapposizioni, costituenti riflessi di interessi opposti. Tensioni di natura intellettuale devono essere le uniche a trovare ingresso nell'elaborazione giurisprudenziale e dottrinaria. Una diversa conclusione porterebbe ad una deviazione  incentrata sulla figura dell'operatore del diritto di parte.

La cultura generale

Il diritto necessita di visuali culturali ampie presenti e passate. Questa conclusione deriva dalla necessaria conformazione delle regole e dell'interpretazione alle realtà piu varie. La cultura in ogni settore apre la mente e coadiuva l'attività.  L'antitesi della cultura e di ogni aspirazione in tal senso è la chiusura ambientale , tipica di circoli ristretti , tendenti al dominio ,  nei vari settori. Il diritto , se così influenzato, diventa miope e preposto al regresso sociale. Se presenti queste condizioni, si esce fuori dalla sfera della cultura , in senso lato e, in particolare, della cultura giuridica.

L'equilibrio dell'operatore del diritto

L'equilibrio è necessario ,nel modo piu assoluto, per ogni categoria professionale, che operi nel campo della giustizia, incidendo, in vario modo ,sulla vita altrui. Con ciò si vuol fare riferimento ad un equilibrio , non già puramente formale, quasi una veste esteriore, ma a doti di comprensione profonda , legate alla persona, considerata nella sua unitarietà.  L'indipendenza autentica dell'individuo assicura o , quanto meno, agevola questa connotazione. Scelte equilibrate devono necessariamente essere libere. Un animo buono è equilibrato, per predisposizione naturale; tende a vedere le persone e le cose , secondo un filtro di buona fede. Le azioni ne sono la diretta conseguenza. Rivalità,  intrinseche all'ambiente, forti aspirazioni carrieristiche , cattiveria e invidia squilibrano inevitabilmente i soggetti, che sono portatori di tali connotazioni caratteriali, e creano aggregazioni dannose con altri all'interno dei singoli ambienti. Si tratta di squilibri profondi non visibili a primo acchito. Il benessere ambientale ,a sua volta, provoca riflessi positivi sulle stesse persone. Il tutto in vista di un equilibrato esercizio delle rispettive funzioni, nel vero senso del termine.

La tutela della dissenting opinion

Nel nostro ordinamento giuridico questo istituto è previsto nella fase decisionale riservata all'organo collegiale. La disciplina è diversa rispetto ad altri regimi : la cancelleria custodisce il plico suggellato , che rimane una vicenda interna alla camera di consiglio. L'istituto è legato alla disciplina della responsabilita' del magistrato. La sottoscritra ritiene che questo sia un aspetto di rilievo minore. A fronte di un contrasto netto di opinioni ,espresse nella camera di consiglio ,l'ordinamento consente al dissenziente di non sottoscrivere un provvedimento contrario alla propria coscienza. È un istituto fondamentale,  che tutela la libertà  di pensiero, basilare per la figura stessa del magistrato. Occorre equilibrio tra la giusta rappresentazione del pensiero dell'organo collegiale, di cui il singolo magistrato fa parte, e la manifestazione di un dissenso, serio ed argomentato, coinvolgente l'intera decisione. In tale ottica é auspicabile una partecipazione piena di tutti i componenti del collegio a tutte le pratiche trattate dal medesimo organo. Il senso di appartenenza e la responsabilità di ciascun componente richiedono questo lavoro. Tutto ciò esclude soggezioni psicologiche e comporta un'assoluta parità decisionale dei singoli componenti. La camera di consiglio dell'organo collegiale rappresenta a mio avviso la massima esperienza giurisdizionale e come tale contribuisce enormemente alla formazione del magistrato. Si tratta di una fase delicatissima, che va tutelata in tutti i sensi. È il cuore della giurisdizione e come tale costituisce un bene prezioso della cittadinanza. È interesse di tutti che ogni singola camera di consiglio assicuri la piena osservanza delle regole preposte dall'ordinamento. Eventuali usanze , di reciproca cortesia tra colleghi, sono fuorvianti e non tengono conto dell'importanza di tali rilievi ; per tale ragione, ad avviso della sottoscritta, siffatte prospettazioni non devono essere oggetto di considerazionie alcuna da parte degli operatori, in quanto pregiudizievoli rispetto all'andamento regolare della camera di consiglio.

Prosegue: dissenting opinion

Si tratta di un fenomeno fisiologico della camera di consiglio. Denota lo svolgimento sereno della stessa e soprattutto la mancanza di idee preconcette e la libertà delle idee espresse all'interno della stessa. In tale ottica il dissenso non desta preoccupazione alcuna né,  tanto meno, diffidenza.  Il dissenziente pone per iscritto le idee minoritarie, di segno inverso . La decisione esprimerà le idee prevalse numericamente. Non è necessario, anzi a mio avviso sarebbe controproducente, ribattere ,punto per punto ,all'opinione espressa nel dissenso scritto.Sarebbe segno di debolezza . La decisione finale e il dissenso scritto esprimono quanto espresso in camera di consiglio. Nient'altro. Nel sistema anglosassone si provvede alla stesura  del controparere ,mediante deposito pubblico, congiunto alla pubblicazione del provvedimento finale. Nel nostro ordinamento la diversa procedura prevede un dissenso scritto, succinto e immediato, steso alla fine della camera di consiglio, congiunto alla stesura di un verbale, il tutto custodito in cancelleria.

Un eccesso di specializzazione

È un fenomeno ricorrente in ogni settore. Indubbiamente la specializzazione in una determinata branca del diritto accresce la professionalità individuale.  Talvolta, peraltro, mancano visioni d'insieme, che inaspettatamente può portare il neofita. Spaziare da un campo all'altro , per un lasso di tempo prolungato, matura e arricchisce il singolo operatore, evitandosi nel contempo l'acquisizione di un'eccessiva sicurezza personale, quasi sempre foriera di errori e di riflessi che suscitano perplessità. 

Umiltà, semplicità e calore umano

Sono doti essenziali per comprendere il nostro prossimo. Il giurista opera intellettualmente sui fatti umani . Ne ha bisogno estremo. In mancanza non comprenderà bene ,   fino in fondo, i fatti sottoposti al suo esame. Eppure l'astrattezza del lavoro giuridico 'uccide' questi sentimenti naturalmente presenti nelle persone meno colte e più dirette. L'operatore tende ad essere diffidente e complicato.  Se, per un verso, appresta strumenti di difesa , per se ed altri, sotto altro profilo, perde il suo bagaglio di umanità e si allontona inevitabilmente dal 'cuore' del mondo reale.

Dovere morale

L'operatore giuridico ha un impegno professionale, con inevitabili riflessi sulla collettività,  trattandosi di un servizio di natura pubblica. Tali connotazioni gli impongono fermezza e forza di carattere. Esercitare la professione con onestà intellettuale, secondo i valori che sovrintendono al suo esercizio, impone di non soggiacere a intimidazioni o a prospettazioni, di vario genere, di possibili ricadute del proprio operato sul piano personale.

Il compito di chi dirige

Dirigere vuol dire innanzitutto dare l'impostazione di fondo, segnare il solco in cui dev'essere incanalata l'attività presente e futura. In quest'ottica non si deve mortificare nessuno : l'esercizio di un potere d'imperio , fine a se stesso, sarebbe controproducente. Lo é altrettanto uno stato di soggezione generale. Il diritto, in qualunque categoria sia esercitato, necessita di libertà di espressione, unica condizione di un esercizio dignitoso della professione.

Semplificazione

Esiste questa esigenza. Il diritto deve assicurare tutela sostanziale al vivere sociale, tramite la realizzazione del disposto delle normative vigenti. Il diritto interviene severamente , in modo esaustivo, con obiettività.  Gli operatori del diritto non sono politici e, come tali, non hanno bisogno di rappresentanza e rapporti formali. Non vi è necessità di apparire o di emergere. Non è chiesto questo a nessun operatore giuridico.  Sono richiesti intellettualita' ed umanità , studio rigoroso, applicazione e fermezza, sia nella decisione sia nello stile di vita. Tutta la zavorra va eliminata, comprese le relazioni umane devianti e pregiudizievoli per l'integrità soggettiva.

Buoni Costumi

Rivalità,  gelosie personali e professionali, pettegolezzi diffamatori e  falsità, purtroppo correnti,  sono un controsenso, rispetto alla natura stessa della professione giuridica. Una persona non trasparente, che si adegua a questo genere di usanze, non è degna di insegnare il diritto, di giudicare o di esercitare la professione forense. Queste attività ruchiedono equidistanza , saggezza e lealtà, in modo assoluto. Occorre sanare tutti gli ambienti, iniziando dai rapporti interpersonali, e praticando  lealta' e chiarezza fino in fondo.